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Mag 19

Su un muretto che guarda il mare.

murettoLo ricordo ancora quel giorno: era un tiepido giorno di aprile, di quelli che annunciano l’estate. Stavo mangiando quando successe ed ero sola a casa. Mio papà non c’era, lavorava come al solito e mio fratello più piccolo era a scuola. Ero tranquilla, stavo pensando a cosa avrei fatto dopo aver finito i compiti. Avevo deciso di leggere un libro in terrazza, ma i miei piani cambiarono. Il telefono squillò. Mi alzai di malavoglia, stavo così bene seduta. Però risposi. Sentii subito che era una voce sconosciuta, eppure calma.
“Sono un ragazzo della tua scuola, vuoi che ci incontriamo?”
Dovevo rispondere di no, lo sapevo. Ma era una voce che avevo già sentito.
“Sì.” Risposi con un semplice monosillabo.
“Ma non voglio che tu sappia chi sono. Incontriamoci alle 4.00 al Porto Vecchio, dove sbuca Via Marconi c’è un muretto. Ecco io mi siederò dalla parte della strada, tu da quella del mare, va bene?”
“Va bene”. E riattaccò. Mi dissi di no, non dovevo andarci. Poi pensai che avevo 17 anni, potevo fare quel che volevo. Il ragazzo non mi era sembrato cattivo, anzi. E se era di scuola mia come aveva detto… era tutto a posto. Dissi addio al mio libro, presi le cuffiette e mi incamminai, lasciandomi guidare dall’odore del mare che ad ogni passo si faceva più forte. Arrivai al muretto dieci minuti prima, quindi mi sedetti dalla parte del mare e osservai il paesaggio. Il Porto Vecchio si divideva in due parti: la parte est, dove c’era la pescheria e la parte ovest, dove si trovava la spiaggia. Ricordavo quella spiaggia, quando ero piccola ci andavo sempre con i miei genitori. Mio papà mi prendeva in braccio e faceva finta di buttarmi in acqua. Ricordai la risata di mia madre, una risata allegra che non sentivo da tempo. I miei si sono separati e io vivo con mio padre. Si sono separati quando io avevo undici anni e mio fratello solo quattro. Mio padre ottenne la custodia poiché trovò le prove che mia mamma era ubriaca un po’ troppo spesso. Ricordai tutti i litigi scoppiati dopo cena mentre credevano che io dormissi. Ricordai i silenzi della mattina. Ricordai il giorno del divorzio, in tribunale. Di tutto quello che era passato, non ricordai, e non ricordo tutt’ora, il sorriso di mio papà, ricordo solo i suoi giochi. Stavo per scoppiare a piangere come fece mia madre il giorno che la portarono via da casa, via da noi, però arrivò lui, quel ragazzo che non conoscevo.
“Ti piace il mare?” mi chiese. Diretto, senza saluto o qualcos’altro.
“Molto. A te?”
“Pure a me. Mi piace di più in inverno, quando le onde si scontrano furiosamente contro gli scogli.”
“Le onde amano gli scogli, ma non possono abbandonarsi a loro. Allora si abbattono con furia, una furia che maschera il loro amore e dolore.”
“Anch’io con la furia nascondo il dolore, credo che tutti lo facciano. Se mostri il dolore sei debole”.
“Non sempre.”
“E’ vero, ma la società non la pensa così. Non mi piace la società. Basa tutto sull’aspetto. Ma l’aspetto non conta niente”.
“Giusto”.
Cadde il silenzio e ascoltammo il rumore del mare. Quel ragazzo pensava. Mi piacciono i ragazzi pensanti. Vuol dire che hanno il cervello e non solo i muscoli. Fra l’altro sentivo di conoscerlo.
“A me piace anche il tuo nome, Lily. Lily significa giglio in inglese”.
Non dissi niente e il silenzio piombò di nuovo.
“Tu hai gli occhi verdi. Lo sento da come parli. Sei un ragazzo intelligente” dissi d’impulso. E quelle cose le sentivo.
“Mi dirai il tuo nome? Solo un nome voglio” gli sussurrai.
“No”.
“Perché?”
“Perché so che non parlerai di me a nessuno”
“Come lo sai?”
“Le persone come noi non parlano con le altre. Verrò qui ogni settimana, alle 4.00. Se vuoi venire anche tu,
possiamo parlare ancora, altrimenti sarò solo”.
E se ne andò, lasciandomi con il fragore delle onde.
Aveva ragione: non ho mai parlato di lui. Non perché io non abbia amici, ma perché ha ragione lui: non sono
come “noi”. Mi piacque quando usò quella parola.
“Noi” significa io e lui insieme.
Stetti lì per una mezz’oretta, poi tornai a casa. Mio papà aveva un convegno e mio fratello rimaneva dalla
nonna. Ero a casa da sola. Non mangiai molto, solo dei biscotti e un po’ di cioccolato, poi andai a letto dove
lessi ascoltando la musica. Verso le 11 mi coricai e pensai a lui. Mi affascinava. Mi aveva detto che era a scuola
mia, forse mi avrebbe cercato o io avrei riconosciuto la sua voce.
“Altrimenti andrò al prossimo appuntamento” mi dissi.
Il giorno seguente lo cercai con lo sguardo, ma non trovai nessuno che potesse essere la rappresentazione
corporea di quella voce.
La settimana la passai così, cercando lui e aspettando il martedì successivo alle 4.00.
Martedì arrivò e, come il precedente, non parlammo poco che più 10 minuti, ma quei pochi minuti mi
riempirono la mente e il cuore per l’intera settimana.
Tornavamo lì ogni martedì, alle 4.00, sempre separati da quel muretto. Uno dei nostri argomenti preferiti era
la bellezza e che cosa significasse per noi. Dicemmo di tutto: il tramonto, l’alba, le risate, il mare, la tempesta.
Ogni settimana dovevamo cercare un nuovo modo per descriverla. Il gioco finì quando lui disse la frase che
diventò la nostra definizione di bellezza:
“Bellezza è quando una persona ha dei begli occhi, ma un brutto naso. Però gli occhi compensano il naso e
quell’individuo ha una faccia che viene comunemente chiamata bella”. Rimasi senza fiato. Mi ero innamorata.
Da quando quella certezza mi cadde addosso, cercai la sua voce in tutto quello che sentivo e cercavo lui in
tutti gli occhi che incrociavo, perché di lui conoscevo solo queste due cose.
Arrivò giugno e ci fu l’ultima settimana di scuola. Lo ricordo con precisione quel giorno. I miei compagni erano
allegri, io invece ero sempre l’anima in pena del gruppo, poiché mancava lui. Dieci minuti ci separavano
dall’estate e io andai in bagno. Avevo visto un paio di occhi che mi sembravano i suoi. In bagno trovai lui.
Sorrisi e credo che non ci potesse essere un sorriso più felice del mio. Lo abbracciai perché noi facciamo così,
prima c’è un abbraccio. Poi mi baciò. Sì, il mio primo bacio mi è stato dato nel bagno della
scuola. Ma non importa, l’avrei baciato ovunque.
Mi sorrise ancora e vidi i suoi capelli neri come l’ebano e i suoi occhi verdi come il mare.
“Mi chiamo Tom” disse con un sorriso. Poi andò via.
Il martedì successivo, quando arrivai al muretto, lui era seduto dalla mia parte. Eravamo finalmente felici,
tutti e due.
Mi accoccolai vicino a lui ed ebbi la certezza che il mio posto era in quelle braccia.
“Perché hai scelto me?”
“Perché ti vedevo che non eri come loro”. Accettai quella risposta perché era vero. Noi eravamo noi: io e lui.
Gli altri non capivano le onde o gli scogli, noi sì.
“Hai trovato il significato di bellezza?” gli chiesi, aprendo di nuovo quel gioco che ci aveva appassionato.
“Quando mi hai sorriso, ho pensato che tu fossi la bellezza”. Gli sorrisi ancora e lui mi strinse forte.
Comunicavamo il nostro amore così noi, stringendoci e sorridendoci.
Era tutto perfetto. Troppo perfetto per durare. E infatti non durò. Il martedì successivo non venne ed io mi
resi conto di quanto poco sapessi di lui.
Non lo vidi più. Il mio ultimo ricordo di lui è quando mi ha salutato da lontano ridendo. Ed ho solo una cosa
materiale di lui: la maglietta che vestiva quando mi ha abbracciata; è appesa in camera mia, emanando il suo
profumo.
Ma con lui non è finita. Arriverà il giorno in cui risponderò al telefono e sentirò la sua voce che mi dice di incontrarsi al Porto Vecchio, alle 4.00, su un muretto che guarda il mare.

 

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